precarietà. è davvero un male?

non è da trascurare il lato esistenziale positivo della precarietà: per chi come me è “diversamente precario”, il potersi definire sulla base di una posizione lavorativa (che ci raccontiamo) stabile è una comodità pericolosa.

un’occasione in meno per farsi domande.
una routine che irrigidisce le giornate.
un enorme incentivo a sedersi nella propria situazione in quanto garantita. al conservatorismo sociale.
una fonte di senso di colpa nei confronti dei nostri colleghi meno fortunati.
ci autoricattiamo ad accettare il lavoro come un dato di fatto e non un modo altamente subottimale di gestire bisogni e capacità delle persone.

certo, queste non sono sbarre. ma un piano inclinato si.

stiamo insomma su una superfice esistenziale che pende di più verso l’appartenenza alla casa al lavoro al futuro. nulla che non si possa risalire volendo, ma la gravità è la gravità.

la superfice esistenziale del precario sembra più inclinata verso la non appartenenza, verso la sussistenza al presente. l’afferrare ogni occasione di gioia e di cospirazione. questo è stato quello che mi è piaciuto di questo romanzo. ben consapevole che di romanzo si tratta.

diventa più chiaro se per un momento ci permettiamo di sognare. non roba tipo lavoro dignitoso per tutti. sogni migliori. tipo la fine del lavoro e del denaro.

allora tutto quello che avremo accumulato, la nostra posizione di privilegio, le proprietà, se ne andranno in cenere. e allora perché lavorare più di quanto serva per la sussistenza?

certo è una cazzo di prospettiva millenaristica, perché la rivoluzione che abolisca il lavoro ed il denaro è un periodo ipotetico del terzo tipo.

ma pur sapendo questo, valutare il proprio presente dall’ottica dei propri sogni migliori, se i sogni sono davvero buoni, può essere illuminante.

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