aprile 29th, 2012 — General
La bicicletta è il perfetto traduttore per accordare l’energia metabolica dell’uomo all’impedenza della locomozione (Ivan Illich).
In città la bicicletta è il modo più rapido per andare da A a B se A e B distano da 1 a 5-10km, le pendenze non sono esagerate, il tempo non è troppo estremo, non si devono portare grossi carichi. Il limite superiore dei vari vincoli dipende dallo stato di forma fisica della persona interessate dalla adeguatezza della attrezzatura e delle infrastrutture, e tende a salire gradualmente con l’uso regolare della bici.
Piacere del movimento, attività fisica, connessione con il proprio ambiente, socialità, economicità, basso impatto ambientale rendono individualmente e socialmente preferibile l’uso della bicicletta a qualsiasi mezzo a motore.
Da un punto di vista meramente economico, la valutazione di tempo impiegato e costo del trasporto deve essere fatta in modo congiunto, considerando quanto il risparmio di usare la bicicletta invece che l’auto riduca la necessità di lavorare per procacciarsi denaro per pagare le spese dell’auto.
In un bilancio del tempo di vita, quello dedicato allo spostamento in bicicletta va considerato anche come tempo dedicato all’attività fisica. Va altresì considerato il risparmio economico dovuto al sostituire forme di attività fisica costose quali l’uso di una palestra con una non costosa come la bicicletta.
Muoversi in bici permette di evitare i picchi di concentrazione di inquinanti, scegliendo percorsi lontani dal traffico, restando meno tempo in coda e mettendoci meno tempo a percorrere il proprio tragitto, e di evitare la maggiore concentrazione locale di inquinanti che si verifica all’interno dell’abitacolo di un’auto.
La manutenzione ordinaria della bicicletta è alla portata di tutti per competenze e abilità manuali e attrezzature richieste, e porta i classici vantaggi di una attività Do-It-Yourself (risparmio, arricchimento personale, relax, indipendenza).
L’uso dell’automobile costituisce un importante contributo all’economia (acquisto, carburante, manutenzione, assicurazione, incidenti, riparazioni, costruzione e manutenzione di strade e parcheggi, consumo di territorio, espansione delle periferie, spese mediche, mancanza di esercizio fisico e quindi consumo di palestre, prodotti dimagranti, problemi di salute dovuti alla mancanza di attività fisica, malessere psichico e quindi consumo di vari tipi di droghe, psicoterapia, incidenti da malessere psichico). La maggior parte di questi contributi presentano cospicue esternalità negative sul livello di vita e di felicità, ma evidentemente il peso del contributo all’economia del dannoso prevale su quello del danno. In omaggio a tali considerazioni economiche, gli eletti si guardano bene dall’agire in modo incisivo per la riduzione dell’uso dell’automobile.
La circolazione delle biciclette si svolge spesso su infrastrutture condivise con mezzi motorizzati e da questi congestionate. I conducenti dei mezzi a motore sono spesso di cattivo umore a causa delle inefficienze e della mancata piacevolezza della loro modalità di trasporto (tempo perso, senso di impotenza, conflitti, costi elevati), e tendono a dirigere erroneamente il proprio malumore contro chi fa un uso più intelligente della strada e del proprio tempo. Questo comporta una generale noncuranza per la sicurezza dei ciclisti. Il ciclista è quindi costretto a misure di autotutela.
Il codice della strada prescrive che le biciclette, in ragione della loro minore velocità massima, debbano procedere “più vicino possibile al bordo della strada”. Questa prescrizione riflette un giudizio di valore deteriore basato sulla velocità massima, e se seguito alla lettera comporta seri rischi per l’incolumità dei ciclisti:
- sportelli di auto parcheggiate a bordo strada
- auto che si immettono nella circolazione guardando solo le auto in arrivo da dietro e senza dare la precedenza
- auto che svoltano tagliando la strada al ciclista
- auto che si immettono sulla strada da traverse o passi carrabili
- auto che escono da una rotonda tagliando la strada al ciclista
- sorpasso senza rispetto della distanza di sicurezza, o quando la larghezza della corsia non lo permette
- in generale, gli automobilisti tendono a guardare con maggior attenzione davanti a loro che sul margine destro della strada, aumentando il rischio di non notare un ciclista
La tutela migliore rispetto a questi rischi è mantenere una adeguata distanza di sicurezza in presenza di potenziali fonti di rischio sul margine destro. Tale distanza varia tra 1m e 2m, in ragione della propria velocità.
I vantaggi di tale pratica compensano ampiamente il maggior rischio di essere investiti da dietro, considerando anche che spostandosi verso il centro della carreggiata ci si mette in condizione di essere visti più facilmente dai mezzi che arrivano da dietro.
Alcuni automobilisti potrebbero essere irritati da questa pratica, in quanto riescono a percepire solo che la loro velocità massima viene limitata, e non si rendono conto che anche se rallentano perché hanno davanti un ciclista poi si ritrovano in coda allo stesso semaforo o rotonda.
Quanto alle piste ciclabili, quasi ovunque in italia manca la volontà politica e la competenza tecnica per progettarle in modo che non siano una punizione o un rischio maggiore per chi le usa, per realizzarle e mantenerle in modo che non siano in condizioni peggiori della strada, per difenderle dal parcheggio selvatico. Se non vengono usate, ci sarà un motivo.
febbraio 16th, 2012 — General
stamattina in autostrada
avevo davanti questo camion
con dei grossi tubi di tondino di ferro da costruzione
delle colonne a cui mancava il cemento
cinque, messi per il lungo
e già erano belli da vedere così,
cinque come il cinque sui dadi
ma. quando il camion passava dalla luce all’ombra e poi alla luce
per gli alberi le curve le gallerie
vedevi la luce e l’ombra che si propagavano lungo i tubi
dalla cabina del camion verso il fondo
faceva questo effetto psichedelico che manco a farlo apposta
e allora mi sono messo dietro a guardarlo
che i tubi erano dritti ma se se li guardavi da dietro sembravano coni
colpa della prospettiva
e vedevi dei cerchi concentrici che si muovevano verso il centro
alternati chiari e scuri
e allora ogni volta che passava un’ombra era
uau
uuuau
avrei dovuto seguirlo fin dove andava per vedere l’effetto
magari andava anche in un bel posto.
la bellezza. è dove meno te l’aspetti.
ma quanta fatica chiamarla per nome
ammettere di averne diritto
dicembre 19th, 2011 — General
quando succede che ti augurano “buon natale”. i più sensibili sanno che se allergico e allora lo sostituiscono con un “buone feste”.
ma poi uno si fa delle domande: le feste sarebbero per definizione dei momenti di benessere, e allora l’augurio è ridondante. a che serve quindi?
l’augurio per le festività si inscrive in una logica di vita sacrificale-rinunciataria(-cattolica), percui nella maggior parte dei giorni si deve subire (con entusiasmo, possibilmente) un esistente fatto di lavoro consumo famiglia stato e quant’altro, in cambio di un piccolo numero di giorni all’anno in cui si viene esentati dal lavoro. tipicamente, per venire buttati dritti nelle mani della famiglia. cioè, oltre il danno la beffa.
ma anche se uno considera lo stare con la famiglia una cosa positiva (e ce ne sono, dicono), il problema del poter fare le cose che ci piacciono, anzi uno dei problemi, è che il tempo per farle ci viene sottratto dal lavoro.
quindi si viene dispensati dal lavoro solo in cambio dell’adorazione di una collezione di amici immaginari, di soggezione alla famiglia, al consumo e a varie altre droghe. ma questo è l’esistente.
invece che prenderlo come unica prospettiva, si possono fare sogni migliori. in cui obbligare le persone ad un solo minuto di lavoro non necessario è immorale. ed è riconosciuto un diritto soggettivo a consistenti dosi di tempo libero dal lavoro, senza dover ringraziare nessun amico immaginario e senza dover per forza pagare pegno a qualche droga.
dicembre 19th, 2011 — General
Uno pensava di lavorare in cambio di soldi, e che i soldi gli servissero a consumare, cioè a soddisfare dei bisogni.
Di cui poi la maggior parte sono indotti, nocivi, insoddisfacenti. Brutto, ma volendo è anche peggio.
In realtà, i soldi sono un riconoscimento sociale che fornisce identità ad una persona in quanto attore economico, produttore di reddito e consumatore. Una identità a buon prezzo. Tu sei i soldi che fai e spendi.
Infatti la favola della retribuzione del lavoro ha un presupposto per nulla scontato: che il lavoro che facciamo abbia un senso. Che, oltre a far girare denaro, serva, faccia del bene, faccia felice qualcuno.
Invece la maggior parte del lavoro che facciamo è inutile.
E allora lo scopo dei soldi non è di compensarci per la vita che il lavoro ci sottrae, ma di dare un senso al lavoro che facciamo. E quindi a noi. Una identità a buon prezzo.
dicembre 19th, 2011 — General
non è da trascurare il lato esistenziale positivo della precarietà: per chi come me è “diversamente precario”, il potersi definire sulla base di una posizione lavorativa (che ci raccontiamo) stabile è una comodità pericolosa.
un’occasione in meno per farsi domande.
una routine che irrigidisce le giornate.
un enorme incentivo a sedersi nella propria situazione in quanto garantita. al conservatorismo sociale.
una fonte di senso di colpa nei confronti dei nostri colleghi meno fortunati.
ci autoricattiamo ad accettare il lavoro come un dato di fatto e non un modo altamente subottimale di gestire bisogni e capacità delle persone.
certo, queste non sono sbarre. ma un piano inclinato si.
stiamo insomma su una superfice esistenziale che pende di più verso l’appartenenza alla casa al lavoro al futuro. nulla che non si possa risalire volendo, ma la gravità è la gravità.
la superfice esistenziale del precario sembra più inclinata verso la non appartenenza, verso la sussistenza al presente. l’afferrare ogni occasione di gioia e di cospirazione. questo è stato quello che mi è piaciuto di questo romanzo. ben consapevole che di romanzo si tratta.
diventa più chiaro se per un momento ci permettiamo di sognare. non roba tipo lavoro dignitoso per tutti. sogni migliori. tipo la fine del lavoro e del denaro.
allora tutto quello che avremo accumulato, la nostra posizione di privilegio, le proprietà, se ne andranno in cenere. e allora perché lavorare più di quanto serva per la sussistenza?
certo è una cazzo di prospettiva millenaristica, perché la rivoluzione che abolisca il lavoro ed il denaro è un periodo ipotetico del terzo tipo.
ma pur sapendo questo, valutare il proprio presente dall’ottica dei propri sogni migliori, se i sogni sono davvero buoni, può essere illuminante.
novembre 30th, 2011 — General
la mia vita è – come appena dissi – mia.
ho il diritto di usarla come voglio.
ma neanche “diritto”, ne ho la facoltà.
ce l’ho, se e quando non la cedo ad altri per qualche inganno. per ricatto convenzione giudizio comodità ignavia disattenzione costrizione.
il più delle volte, la si cede per disattenzione.
l’esistenza umana è definita dalla mortalità.
non a caso, l’immortalità è più spesso che no una distopia.
quindi il problema è che ci sia vita prima della morte. e va affrontato in positivo, cercandola e costruendola.
ma poi significa anche che ho pure la facoltà di finirla, se e quando vorrò farlo.
esistenzialmente lo rivendico.
se capiterà, preferirei essere in grado di fare da me.
alla Monicelli, diciamo. senza coinvolgere altri nell’atto se ho la possibilità materiale di cavarmela da solo. senza lasciare sensi di colpa. ma anzi dei bei saluti per chi continua.
perché bisogna sempre ricordare che io e te e tutti gli altri, se volessimo, saremmo materialmente in grado di farla finita in mezza giornata.
a prendersela comoda. è una facoltà insita nel possedere un corpo anche solo vagamente abile.
e visto che i diritti, le libertà, o sono di tutti o non sono di nessuno, rivendico questa facoltà per tutti.
facoltà, potenzialità di scelta.
che il problema, quello che i cattolici proprio non riescono nemmeno a concepire, è quello della scelta individuale.
che è diversa per ognuno. per ogni momento e luogo. per umore convinzione coincidenza.
che ora non so nemmeno dire a quali condizioni lo farei io, figurati se è possibile anche solo pensare di dettarlo ad altri.
percui nel mio sogno migliore di società c’è anche la possibilità di farsi aiutare se non si è in condizione di. e se qualcuno è disposto a.
e se la società non è ancora pronta si fotta.
cioè, la lingua è una cosa viva, è fatta delle parole che vengono parlate.
lo stesso per il discorso pubblico, è fatto degli argomenti che vengono argomentati.
novembre 5th, 2011 — General
istituzioni. la loro età emotiva non supera mai l’adolescenza.
è facile da dimostrare, basta utilizzare lo strumento giusto per il lavoro:
“le istituzioni, per istinto di autoconservazione, creano le condizioni che le rendono necessarie (rubando in questo modo alle persone l’autonomia di gestire le proprie relazioni).
se per assurdo una istituzione diventasse adulta, cosa farebbe?
creerebbe le condizioni per non essere più necessaria
invece che il contrario, come fanno.”
per questo non possono esistere istituzioni adulte.
rimane da fare una semplice operazione di complemento, e rimangono quelle infantili.
e quelle variamente estinte.
eppure
l’età adulta delle istituzioni ha un nome. anarchia.
o almeno, questa è la mia definizione di.
che di essere anarchici c’è tanti modi.
uno per ogni persona. e per ogni giorno.
e il bello è che non si è implicati a priori in quelli degli altri.
gli esseri umani invece. mi piace pensare che non abbiano bisogno di istituzioni.
cioè, almeno in potenza. ma è una fatica.
che non si abbia bisogno di voti banconote e fucili. di delega. di chiese.
di domande retoriche. di promesse più lunghe dello spazio di un discorso.
eppure siamo abituati proprio a questo. assuefatti.
quello che non capisco è a vantaggio di chi, perché
il possedere un potere. rende infelici quanto il subirlo.
gli esseri umani invece. tutto ciò che vive, anzi. per definizione, cambia.
settembre 21st, 2011 — General
E mi riempio di languore.
rievocando promesse che non sono state fatte.
che mi farebbero paura se.
che le
che poi non
meglio che
paura tanto da fare che non.
Che le lascio scivolare via nel tardo meridiano.
Mi scaldano ma senza brivido
senza sostanza
né durata
che non è difficile, senza cozzare a occhi incapaci contro la realtà.
Che non, senza navigare nell’incertezza.
E tanto questo cielo è bellissimo lo stesso. Anche immaginando che sei qui. E che sai fermarti a guardarlo e respirare la mia vibrazione. Come io quante volte ho respirato la tua. Quante lo farei.
Quante ancora potrò.
Quante mi chiederò se non sia abbastanza.
Di andare a senso unico.
Perché io se sono così sono tanto bello. E forse non deve andare sprecato.
Perché non è l’amare che importa, ma come l’amare ci rende.
Come ci rende.
Come ci tende.
Come ci spende.
Che poi
ne hai sempre ancora.
Ma solo se ti spendi.
Se.
E poi in fondo è sempre di me che mi innamoro.
cerco solo una musa che sappia tenere il ruolo.
Ed è tutto un lasciarsi guidare. Dirigere.
Un prestarsi ad una parte.
Reciproco. Ma non a turno.
La magia rara è farlo nello stesso tempo.
A dirselo
non sarebbe neppure una cattiveria.
Ma a dirselo rovina tutta la poesia del teatro.
Ed è di nuovo vertigine di incertezza.
Che se io amo e tu no. sono io che mi prendo la parte migliore.
2 settembre 2011. tabacalera. cortile posteriore. sedie da cinema.
settembre 17th, 2011 — General
amici che si scandalizzano per (l’ennesimo caso di) censura alla RAI (EIAR).
e certo, è censura. ma quanto mi deve toccare?
nel mio sogno, c’è la televisione?
no.
in questo mondo, sono obbligato a guardarla?
no, non ancora.
in questo mondo, ci perdo qualcosa a non guardarla?
forse si, ma è molto di più quello che guadagno a. è una scelta che ho già fatto. di cui sono pienamente soddisfatto.
e allora il problema non esiste. ho una scelta.
l’unico dovere che riconosco è quello di esercitare tutti miei muscoli della libertà. che nessuna domanda sia retorica.
me lo do io questo compito. perché è quello che mi fa stare bene.
e certo c’è tanta gente che questa scelta è come non la avesse. beh, quello non sono io. non più. me lo sono guadagnato e non ci voglio tornare.
e pure ci potrebbe essere qualcuno che sceglie di vederla, nel senso pieno della parola “scegliere”. quelli dubito che esistano davvero, e nel caso li capisco poco.
e tanti per cui è in qualche misura una scelta obbligata. un buco nero che ti allontana da tutte le cose che potresti fare invece di. e ce n’è.
c’è interdett, che ha una modalità di fruizione un poco meno passiva che può aiutare, perché aiuta a capire che se vuoi della roba che ti fa bene te la devi cercare, fare fatica, costruire relazioni. se lo vuoi capire, of course.
io ad esempio sono molto contento della mia cerchia di relazioni li dentro. mi danno tanto.
ci sono film. roba che scegli con intenzione, ti siedi a guardare per quelle due ore, e quando è finito non hai voglia di vedere un’altra puntata di qualsiasi cosa. magari hai voglia di pensarci su e discutere.
li la discriminante economica è li scarico o li pago.
ci sono libri. musica. strumenti musicali. fogli da riempire. disegnare scolpire. biciclette da registrare. cucinare. cose da imparare. crescere.
c’è che ti puoi sedere mezz’ora in una stanza con la luce bassa e ascoltare il rumore del tuo respiro, tanto per vedere l’effetto che fa.
ci sono amici. familiari. compagni di strada. incontri casuali e altri che sembra solo. lettere da scrivere e da leggere.
ci sono parchi strade piscine palestre
orti
ci sono corpi che vogliono sfiorarsi
c’è la cosa a cui non ho pensato ma tu si
detto da uno che con la televisione a suo tempo c’è andato sotto malamente: è molto meglio senza.
non è una questione di elevazione intellettuale, non è difficile da capire: ci sono scelte che abbiamo ancora la libertà di fare, senza grossi rischi. con quel tot di fatica, ma ben ripagata. solo non vengono messe in cima alla lista, e non le prendiamo in considerazione.
il problema è riconoscere che siamo titolari di scelte. in quanto esseri umani dotati di libero arbitrio. e prenderci la responsabilità di decidere e fare quello che ci fa stare meglio.
perché nessuna domanda è retorica.
settembre 14th, 2011 — General
ancora sento gente che sognano di risolvere tutto rinchiudendo il nano pelato e il suo entourage. che la giustizia borghese come deus ex machina si svegli dal suo torpore ed impotenza e risolva magicamente il declino di quella cosa che ancora per comodità chiamiamo democrazia liberale. o magari che ci sia una qualche “rivoluzione”, chessò arancione o turchese, che la obblighi a.
può essere bello pensarlo, ma è tanto troppo facile.
cioè, per prima cosa costerebbe. perché sarebbe una guerra civile armata per cui hai bisogno di risorse. tante. e quindi sangue. tanto…. non mi piace. e poi gli euri per pagare armi e mercenari dove li prenderemmo? dal bottino di guerra?
perché poi di “cittadini” pronti a occupare i posti da eletto che si libererebbero ne troveresti a bizzeffe. non li puoi ingabbiare tutti. e se dovresti rinchiudere così tanti significa che hai sbagliato qualcosa.
l’unica strada che vedo è la strategia della lumaca: lasciare che lo stato si corroda dall’interno. dargli meno peso possibile. lavorare nei territori meno influenzati da. sperimentare. puntare ai piccoli risultati immediati. a stare bene, a far stare bene altre persone. a reimparare a relazionarci. a sbagliare. ballare, che se non si balla non è la mia rivoluzione.
perché io non so come sia esattamente il mondo in cui sogno di vivere.
so cosa non deve esserci, tipo il lavoro l’auto privata la famiglia i doveri. lo spreco, la scarsità artificiale, le fobie indotte l’obsolescenza programmata. la porta chiusa. la paura. le divisioni. le comunità che prevalgono sulle persone. non ci sarebbe il keynesismo demenziale di questi anni.
non ci sarebbe il nano pelato, e non ci sarebbero nemmeno le condizioni per farne uno. o un papa.
ci sarebbero persone che fanno la fatica che ci vuole per essere felici. biciclette, meglio se bianche. spazi pubblici e spazi per stare soli. ascolto. erba. tutti i tipi di. baci abbracci e carezze. musica per le strade. tante cose diverse. vento fresco. pipistrelli per mangiarsi le zanzare. sapori onesti. verdure di stagione. pioggia e fango e sole. e salite e discese.
non so, abbiamo bisogno di sogni un po migliori di così!